@2016  by Fabio Ferlazzo

Aquarium recensisce l'album di esordio dei GrandMother Safari (Hopetone Records)

March 28, 2016

 

Ancora stordito ed esaltato dalla brillante performance dei GrandMother Safari al FABRIK (uno dei migliori palchi di Cagliari) sto per andare a casa a riposare, quando ricevo dalle mani di Simone – produttore del gruppo per Hopetone Records – il graditissimo dono: il disco della band, nuovo di zecca e ancora sacro, intatto nel suo involucro di cellophan. Da musicista quale sono la musica non ho solo bisogno di vederla ma anche di toccarla, di “sentirla” e farla mia tra le pareti di casa, di fronte al vecchio ed amato impianto stereo.

Inserisco il cd nel lettore, schiaccio play. E parte in fade-in il primo pezzo dei Grandmother.

 

Dalle prime note, d’impulso mi viene da pensare a Dark Side of the Moon. Echi pinkfloydiani galleggiano nell’aria mentre A life show prende forma, e pensi con un pizzico di saccenza: un altro album anni ’60. Ma dopo qualche secondo parte la metamorfosi, e ti accorgi di essere stato presuntuoso. La batteria si infuria, scalcia, prende una piega quasi punk-core.. ed ecco! All’improvviso decolla il basso: ossessivo, ipnotico, martellante. E allora tutti gli strumenti sguinzagliati alle sue calcagna, a cercare di acciuffarlo. Nella sua ripetitività ciclica il basso diventa intuibile, solo quelle tre note, tre dannate, geniali, note. E’ quasi prevedibile, sai dove sta scappando, lo sai bene. Eppure nessuno riesce ad acchiapparlo, corre corre e porta via con se’ nella cavalcata un muro di suoni alle sue spalle.

 

Non hai il tempo di riprendenti e già comincia Seed Balls. Brano ricco di buon gusto jazz, fiati sinuosi che ti spiazzano nei primi minuti, e un phaser/flanger di sottofondo a sorreggere morbidamente una progressione quasi epica della coppia rullante-charleston. E la seconda canzone va, scivola via fino a morire nella dolcezza nitida di chitarre e rhodes che ti accarezzano nell'outro.

 

Love Geometry parte in terza posizione e ti seduce pian piano. Il piacevole tappeto di arpeggi anni ‘90 all’improvviso si strappa al centro e ti precipita nelle intime dancefloor di Bee Gees e Abba, con tanto di lampadario a palla riflettente. Ma cavolo! - rifletti appena riesci a guadagnare un po' di lucidità – ti sei sbagliato alla grande, non sei in una sala da ballo anni ’70; sei nel bel mezzo dello spazio siderale post-rock. Finale di canzone ancora a sorpresa, quasi Blue Note, arricchito da voci di fondo dal sapore femminile.

 

Il disco procede spedito con la bellissima Dunia (dalla quale i Grandmother hanno tratto un pregevole videoclip). Fa da protagonista un riffone che ti tiene per le palle e per le orecchie. Ad essere precisi, più che un riff è un motivo, un’aria, intorno alla quale si avviluppa e sviluppa la canzone a cerchi concentrici. Come nelle stanze della musica classica, come in Bach, Mozart e nella musica da camera, Dunia prende vita, composita e densa, intorno al motivo-reggente, nel modo in cui nelle bancarelle di paese lo zucchero filato assume dolcemente forma attorno al suo bastoncino di legno.

 

Segue Sand Bells, pezzo di psichedelia old-school. Invisibili dita gilmouriane si muovono sul manico della chitarra e sui tasti del rhodes, e ti conquistano con un insolito senso di pace. E’ forse Il più classico dei pezzi del cd, e al contempo uno di quelli che ho potuto apprezzare di più. Il deelay framezzato sugli accordi va a braccetto con il piano, e tutti e due ti sollevano a mezz’aria. La batteria soffice - eppure cosi presente - ti rassicura, dicendoti che se hai intenzione di prendere il volo lei ti starà vicina e non ti lascerà cadere.

 

Con sorpresa, Acid MIlk irrompe nello stereo e sembra la colonna sonora di un film poliziesco anni ’70. Il sound è retrò, ma allo stesso tempo cosi vicino ai Thievery Corporation di The Richest man in Babylon. Il brano evolve, e non sai neppure come ti ritrovi quasi a ballare su una spiazzante lounge music. Di notevole bellezza il riverbero sui fiati negli ultimi minuti.

 

La psichedelia strumentale domina anche Lines & Circles. La ascolti con attenzione e trasporto, e capisci che questi GrandMother Safari ne sanno una più del diavolo. Perché questi musicisti sono abilissimi nel cucire insieme atmosfere diverse tra loro senza però dare la fastidiosa sensazione di “patchwork” che trovo irritante quando ascolto la maggior parte della musica prog. Questo risultato di coerenza è frutto di una profonda conoscenza della musica passata. Non c’è niente di provinciale in queste canzoni: anzi, tutti gli sguardi sono rivolti fuori dalla Sardegna, da questa bellissima isola, e anche fuori dall’Italia. E così, tra un’atmosfera aulica alla Air e begli arrangiamenti alla Beck, ci si lascia cullare dalle suggestioni soft-elettroniche alla Radiohead di Kid A/Amnesiac.

 

Ed eccoci qua, dopo più di mezz’ora, alla fine del disco - che ne è anche la vetta. Difatti i Grandmother in questa GMS toccano uno dei punti più alti. La canzone ha un cuore di polvere da sparo, qui è tutta distillata l’essenza della band. Fiati dalle note lunghe irrompono e commuovono, echi rarefatti sorgono delle corde della chitarra. Il cambio è sempre dietro l'angolo, ormai pensi di aver capito come funziona, pensi di esserti preparato.. ma quando arriva lo fa sempre alle spalle, subdolo e fascinoso, come avveniva una volta nelle prime canzoni dei Franz Ferdinand. Non te ne sei neppure accorto ma il cielo della canzone è repentinamente cambiato, non è più rosa-pesca ma azzurro e bluette, con qualche nuvola sparsa su cui riposano le note di basso. Ma non è finita. Sbam, un altro schiaffo di trombe e riprendi conoscenza. Poi ancora sbam, e sei per terra, il rullante e il gain della chitarra ti hanno sbattuto giù di sotto. E poi di nuovo su con i fiati ed il rhodes, così graffianti, così violenti.. e infine tutti insieme a cavallo del basso elettrico, lanciati verso l’implosione jazz – e poi la fine.

 

 

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